20/11/2009

Letteratura e dissidenza

Varlam Salamov: Racconti della Kolyma (ADELPHI)

Uno scrittore altissimo che ebbe in sorte di vivere e raccontare uno degli orrori più intensi e più vasti che l'umanità abbia escogitato.

Vi sono libri che sembrano rifiutare ogni presentazione editoriale: parlano, anzi gridano, da soli. Sono anche libri che sembrano sottrarsi a un giudizio estetico: ci portano all'inferno, come guide impeccabili, e lì ci abbandonano a noi stessi. Ma Salamov era soprattutto scrittore, e a lui dobbiamo il prodigio di una discesa all'Ade raccontata con voce spassionata e quasi impartecipe, con un candore e una rassegnazione che stridono con l'inimmaginabile brutalità delle cose descritte. E questo incontro diventa, sulla pagina, sconvolgente. Sono racconti spesso molto brevi, dedicati a un qualche "caso" della vita quotidiana nella funesta regione dei lager della Kolyma: un'occasione di abbrutimento, depravazione, assurdità, barbarie, abiezione, pietà, solidarietà, coraggio, lotta per la sopravvivenza, resa, morte; una qualsiasi delle occasioni che hanno segnato il destino di milioni di esseri umani (decine di milioni: non conosceremo mai il loro numero) nella Russia sovietica. Come scrisse Michail Geller, presentando la prima edizione in Occidente di questi "Racconti", la Kolyma "non era un inferno. Era un'industria sovietica, una fabbrica che dava al paese oro, carbone, stagno, uranio, nutrendo la terra di cadaveri. Era una gigantesca impresa schiavista che si distingueva da tutte quelle conosciute della storia per il fatto che la forza-lavoro fornita dagli schiavi era assolutamente gratuita. Un cavallo alla Kolyma costava infinitamente di più di uno schiavo-detenuto. Una vanga costava di più". Nulla riscatta l'orrore di questo macabro mondo - neanche la natura, che con la sua asprezza sembra allearsi con gli aguzzini per facilitarne il compito, una natura, maligna che ruba le ultime briciole di ttinanità. Eppure a quella natura Salamov sa dare anima in subitanei, velocissimi squarci visionari, e la cosa crudele che circonda i prigionieri prende vita e testimonia di una lotta tra forze primordiali in cui l'uomo è soltanto timida comparsa. Ognuno, dopo aver letto questo libro, sperimenterà la morbosa ossessione del pane che ispira le cronache dei campi di concentramento. Ma si chiederà anche perplesso da dove, da chi venga a Salamov quella tenera ironia che a tratti illumina l'universo torturante che gli diede in sorte la storia.


"L'essenziale non è qui, ma nella corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l'immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore ne senso del dovere. Tutto viene a nudo, e l'ultimo denudamento è tremendo. La mente sconvolta, già attaccata dalla follia, si aggrappa all'idea di "salvare la vita" grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto. Questo sistema è stato concepito in modo empirico, giacché è impossibile credere all'esistenza di un genio capace di inventarlo da solo e d'un sol colpo". (V. SALAMOV A B. PASTERNAK)

"Questa era la sua terribile forza. Lui voleva ricordare tutto, ma non sapeva nemmeno se un giorno sarebbe riuscito a descrivere la sua esperienza. Perciò era combattuto tra il desiderio di ricordare e la disperazione di fronte al potere che cerca di cancellare ogni cosa". (Gustaw Herling).

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Vasilij Grossman: Vita e destino (ADELPHI)

«Ho appena terminato un grande romanzo a cui ho lavorato per quasi dieci anni...» scriveva nel 1960 Vasilij Grossman, scrittore noto in patria sin dagli anni Trenta (e fra i primi corrispondenti di guerra a entrare, al seguito dell’Armata Rossa, nell’inferno di Treblinka). Non sapeva, Grossman, che in quel momento il manoscritto della sua immensa epopea (che aveva la dichiarata ambizione di essere il Guerra e pace del Novecento) era già all’esame del Comitato centrale. Tant’è che nel febbraio del 1961 due agenti del KGB confischeranno non solo il manoscritto, ma anche le carte carbone e le minute, e perfino i nastri della macchina per scrivere: del «grande romanzo» non deve rimanere traccia. Gli occhiuti burocrati sovietici hanno intuito subito quanto fosse temibile per il regime un libro come Vita e destino: forse più ancora del Dottor Živago. Quello che può sembrare solo un vasto, appassionante affresco storico si rivela infatti, ben presto, per ciò che è: una bruciante riflessione sul male. Del male (attraverso le vicende di un gran numero di personaggi in un modo o nell’altro collegati fra loro, e in mezzo ai quali incontriamo vittime e carnefici, eroi e traditori, idealisti e leccapiedi – fino ai due massimi protagonisti storici, Hitler e Stalin) Vasilij Grossman svela con implacabile acutezza la natura, che è menzogna e cancellazione della verità mediante la mistificazione più abietta: quella di ammantarsi di bene, un bene astratto e universale nel cui nome si compie ogni atrocità e ogni bassezza, e che induce a piegare il capo davanti alle sue sublimi esigenze. «Libri come Vita e destino» ha scritto George Steiner «eclissano quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio».

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Alexander Isaevic Solzenicyn: Arcipelago Gulag (Mondadori)

La sconvolgente descrizione della vita nei campi di concentramento sovietici attraverso un fitto intreccio di esperienze dirette, memorie e ricostruzioni, basato sulle testimonianze di ex-abitanti delle "isole" del Gulag. Un implacabile atto d'accusa contro la teorizzazione e la pratica del terrorismo di massa nell'URSS.

 

"Gulag" è la sigla dell'organismo statale che gestiva il sistema dei campi d'internamento nell'Unione Sovietica: prigioni di transito, carceri, "isolatori" politici, campì di lavoro forzato, luoghi di confino e di esilio interno. Dal Circolo polare artico alle steppe del Caspio, dalla Moldavia all'Estremo Oriente, dalle grandi città industriali alle miniere d'oro di Kolyma in Siberia, le "isole" del Gulag formavano un invisibile arcipelago, popolato da milioni di cittadini sovietici. Nei Gulag è vissuta o ha trovato fine o si è formata un'"altra" Russia, quella di cui non parlavano le versioni ufficiali, e di cui Solzenicyn, per primo, ha cominciato a scrivere la storia. In un fitto intreccio di esperienze dirette, di apporti memorialistici, di minuziose ricostruzioni dove non un solo nome o luogo o episodio è fittizio, i tre volumi di Arcipelago Gulag racchiudono una tragica cronaca di quella che è stata la vita del popolo sovietico "del sottosuolo" dal 1918 al 1956. La classificazione dei prigionieri per categorie e i rapporti fra detenuti politici e detenuti comuni, i problemi della presenza delle donne e degli adolescenti nei campi, i sistemi di sorveglianza, l'arruolamento dei delatori, l'assegnazione delle punizioni e degli "incentivi": sono alcune delle numerosissime tessere che Solzenicyn usa per comporre un minuzioso mosaico da cui è possibile desumere tutti gli aspetti della vita quotidiana nei lager. Una straordinaria opera corale, un "comune monumento eretto da amici in memoria di tutti i martoriati e uccisi", uomini spesso senza volto e senza nome - tra i quali i 227 ex deportati che aiutarono Solzenicyn con racconti, ricordi e lettere - senza i quali l'opera stessa non sarebbe mai stata "scritta, rielaborata e conservata".

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